Un dato importante
non va dimenticato: l'essere giovani non è prima di tutto un fatto
cronologico (= sono giovani quelli che hanno dai 16 ai 20 anni... o casa
simile...), ma è un dato culturale (= legato al fatto di vivere il
tempo delle grandi scelte in questa speciale stagione sociale e
culturale... segnata da larga soggettivizzazione, profonda incertezza
verso il futuro, attenzione al presente come scelta diffusa e
persistente, crisi reciproca di orfanità, crisi delle tradizionali
agenzie educative... se non si sono rinnovate...).
Questa constatazione orienta la ricerca su "dove zoppicano i
giovani" verso i tratti fondamentali tipici del tempo che stiamo
vivendo.
2. PROSPETTIVE DI AZIONE
Suggerisco alcune priorità sulle' quali chiedo un confronto e, se
condivise, l'impegno faticoso di tradurre in azioni concrete
(verificando eventualmente quelle di prassi comune).
2.1. L'attenzione all'educazione
L'attenzione all'educazione rappresenta ormai un patrimonio comune e
condiviso nell'ambito dell'educazione dei giovani alla fede.
Purtroppo però spesso resta un dato generico, che ha un influsso
scarso nelle prassi concrete e che purtroppo viene spontaneo mettere tra
parentesi quando le difficoltà (anche solo quelle di linguaggio...) si
fanno più forti.
Prendere sul serio l'educazione anche nella evangelizzazione
significa:
1. Centrare le preoccupazioni sulla "qualità della vita":
sono in crisi i modelli tradizionali (basta pensare ad alcune
"virtù" tanto raccomandate: la coerenza, la fedeltà, la
solidarietà, la "modestia"...), ma non sono ancora elaborati
e sperimentati modelli di vita, ispirati seriamente dal Vangelo e
espressi dentro la cultura attuale (l'identità sulla disponibilità a
cogliere il grido di chi ha bisogno, una solidarietà che nasce dalla
condivisione, l'interiorità come patria della libertà...).
2. Riportare la persona verso una unità interiore... per un tempo di
crisi, evitando però la frammentazione e la soggettivizzazione. Per
esempio: nella capacità di diventare persone "invocanti" (=
persone che hanno sogni grandi sulla propria vita e riconoscono di non
poter bastare a se stessi...).
3. Riscoprire l'urgenza della evangelizzazione a partire proprio
dall'esperienza di invocazione: il nome di Gesù offerto a chi ha le
mani alzate e proposto con forti esperienze per aiutare ad alzare le
mani.
4. Verificare, riconoscendone il limite di inverificabilità,
l'incontro con Gesù e la condivisione della sua esperienza di vita...
secondo la logica impegnativa del "buon samaritano" o quella
dei "discepoli di Emmaus" (che dopo l'Eucaristia... tornano a
Gerusalemme per riempirla della loro esperienza).
5. La scelta dell'educazione si realizza in strutture educative,
capaci di orientare verso il modello e la meta. Troppe volte le agenzie
tradizionali sono rimaste legate ai vecchi modelli... e risultano in
crisi o capaci di realizzare qualcosa solo se diventano
"forti" ed esigenti. Questo vale in modo speciale per la
famiglia, l'agenzia educativa di base.
6. L'attuale situazione culturale chiede alle diverse agenzie
educative, impegnate nella educazione, di diventare capaci di operare
"in rete", diventando luogo di verifica e di riprogettazione
"centrato sulla persona..." anche nei confronti delle agenzie
che invece restano in crisi (per esempio: rapporto famiglia, parrocchia,
scuola gruppo degli amici...).
2.2. Narrare la speranza
La nostra speranza e la sua proposta non può risiedere nella
sicurezza (neppure nella pretesa di "meritare"): è fondata
sull'unico nome in cui possiamo avere la vita. Gesù il Signore,
II nostro servizio alla speranza si traduce immediatamente in
evangelizzazione... per dare ragione dei segni di speranza che cerchiamo
di produrre.
Narrare la speranza... è una urgenza "difficile" e
impegnativa (per non fare parole vuote o per non diventare cercatori di
proseliti... in una situazione in cui tutti cercano disperatamente
ragioni per sperare...). In concreto:
1. Se l'unico nome che da vita è il Signore Gesù, non possiamo
parlare di speranza senza continuare l'esperienza dei suoi discepoli,
impegnati a portare in giro per il mondo la "bella notizia",
producendo fatti di speranza (basta rileggere gli "Atti": la
prima comunità, Pietro e lo zoppo, lo stile di Paolo...).
2. Attenzione ad un modo di parlare di speranza che eviti la
"risposta facile" (di cui siamo... maestri). Le nostre parole
di speranza vanno misurate violentemente con i fatti di disperazione che
quotidianamente constatiamo.
3. Il servizio alla speranza esige una ricostruzione dell'accoglienza
e dell'esperienza del "mistero", accettando il ritmo del tempo
del mistero... tanto diverso dal "subito" del presentismo
attuale.
4. Gesù ci propone un modo concreto per narrare la speranza: le
parabole. Va compresa bene la ragione: vuole farci capire... solo che
ciò che comunica non può essere capito con la "testa" (a fil
di ragione), ma con il "cuore" (lasciandosi provocare,
coinvolgere, rischiare di decidere). I ragionamenti si capiscono quando
sono chiari o non si capiscono se sono oscuri... Le parabole chiamano a
libertà e responsabilità e ci si decide "rischiando"... come
Maria la "serva del Signore".
5. Le parabole di oggi sono le esperienze di vita... quelle
esperienze che fanno nascere vita dove prima c'era morte.
6. Un modello concreto per narrare la speranza è la "narrazione
del Vangelo della speranza", in uno stile comunicativo che
corrisponda al messaggio che vogliamo comunicare:
· l'amorese è la lingua che rispetta il mistero
· la costruzione di narrazioni in cui si intrecciano tre
differenti storie (quella di Gesù e dei suoi discepoli, quella del
"narratore e quella di coloro cui viene offerta la narrazione,
accolti, riconosciuti, amati e liberati... proprio nell'atto narrativo
stesso).
2.3. Ricostruire modelli di vita cristiana per l'oggi
Se un giovane ci chiedesse: "Gesù mi piace davvero... ci sto...
Che cosa devo fare? Cosa mi capiterà nella vita?" ... la risposta
è difficile... perché è difficile proporre i modelli classici di
esistenza cristiana... ma facciamo fatica a proporne di nuovi.
Questa è la grande impresa delle comunità cristiane impegnate nella
pastorale giovanile.
2.3.1. Il contenuto
In genere le comunità ecclesiali danno l'impressione di sapere già
bene chi è cristiano esemplare e su quali esigenze insistere. Ma
proprio qui si corre il rischio di parlare lingue diverse o di risultare
interessanti solo per una fascia'ridotta di giovani... nostalgici e
rassegnati.
Alcune esigenze:
- possiamo immaginare un giovane
cristiano che sia a tutti gli effetti "un giovane di questo
tempo"?
- capace di realizzare una
scansione nuova e originale del tempo (tra passato, presente e
futuro)?
- capace di progettare e
sperimentare "fatti di futuro" per riempire la città di
tutti (dopo le esperienze liturgiche e sacramentali) dei segni della
speranza che ha sperimentato?
- capace di mettere Gesù al
centro della sua vita... nella qualità di vita (la vita
evangelica...) e nella condivisione appassionata della sua causa)?
2.3.2. In un serio confronto culturale
La proposta di un progetto di esistenza cristiana è fortemente
condizionato anche dal confronto tra i modelli culturali dominanti e
ciò che è irrinunciabile della esperienza cristiana.
Questo richiede:
- una reale capacità di
confronto con i modelli religiosi ricorrenti
- l'urgenza di assicurare
confronto critico e capacità selettiva e decisionale... sapendo che i
giovani sono spesso capaci di far convivere esperienze ed e-spressioni
religiose diverse, in una specie di zapping esistenziale...
- un preciso ripensamento
"culturale": a partire dalla riconosciuta differenziazione
di modelli di espressione e di vita.
2.3.3 Fare proposte facendo fare esperienze
Coloro che condividono questa esigenza si interrogano su come fare.
L'operazione urgente percorre due direzioni.
Da una parte richiede la fatica di inventare modelli e proposte.
Dall'altra si richiede la possibilità di proporre tutto questo
"facendo fare esperienza" e verificando, in modo critico, le
esperienze spontaneamente in atto.
In concreto:
- clima religioso che si respira in famiglia
- modelli di catechesi
- celebrazioni e momenti di preghiera, ufficiali e informali (in
famiglia)
- qualità dei rapporti giovani-adulti
- modelli proposti ai ragazzi e ai giovani
- ...
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ANALISI DEI DIVERSI MODELLI DI SPIRITUALITA'
L'elaborazione di un progetto nuovo di esistenza cristiana, radicato
sul passato, chiede la capacità di cogliere in modo critico quello che
ci viene consegnato.
Possiamo tentare una lettura critica dei modelli teologici e
antropologici sottostai ti nelle diverse proposte di spiritualità oggi
ricorrenti?
Per farlo la ricerca è chiamata a percorrere un preciso processo di
discernimento:
La recensione dei "fatti"
Propongo di individuare alcune "pratiche religiose"
presenti (o raccomandate) nel mondo giovanile
- una preghiera di uso frequente
(per esempio: la "salve regina")
- una iniziativa religiosa che
ha riscosso una certa attenzione
- qualche testo religioso che
qualcuno vorrebbe mettere (o rimettere) tra le mani dei giovani.
L'interpretazione
- Questi eventi di spiritualità
(preghiere, documenti, realizzazioni...) vanno analizzati per cogliere
quali dimensioni fondamentali dell'esistenza concreta e quotidiana
"cristiana" è presente in esse:
- quale immagine di Dio
- chi è l'uomo
- quale attenzione viene
riservato alla vita quotidiana concreta
- come è risolto il rapporto
tra passato-presente-futuro (in dimensione di "speranza")
- come è risolto il rapporto
tra la persona — gli altri — le cose — il mondo e la stona...
Verso alternative?
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3. UNA PROPOSTA DI INTERVENTI CONCRETI
Come una comunità ecclesiale può mettersi a lavorare per
realizzare i tre impegnativi compiti appena ricordati?
Faccio una proposta che riprende e rilancia l'esperienza dei
discepoli di Emmaus. Su ciascuno dei 4 momenti sollecito ad un
confronto per verificare l'esistente e concretizzare gli orientamenti.
3.1 La dinamica "entusiasmo-crìsi"
Ci avevano sperato tanto. Avevano accettato l'invito di Gesù con
entusiasmo. Avevano lasciato tutto per seguirlo, affascinati dalla sua
persona e convinti della sua causa.
Ora però tutto sembrava finito. Nel peggiore dei modi. I suoi
nemici avevano catturato Gesù. L'avevano sottoposto ad un processo
che era tutto una presa in giro. L'avevano condannato, come fosse un
malfattore, lui che a-veva solo fatto del bene a tutti quelli che
aveva incontrato. Poi, dopo averlo torturato, l'avevano ucciso. Tutto
era finito così. Gesù aveva promesso di vincere anche la morte.
L'aveva fatto con quella degli altri. Con la sua però... nulla da
fare. Gesù era stato cancellato dagli occhi e dal cuore dei suoi
amici. Avevano vinto i suoi nemici. Tutto doveva ritornare come prima.
Pazienza... era stato un bei sogno, finito troppo presto e nel modo
più tragico. Adesso non c'era proprio più nulla da fare. Bisognava
tornarsene a casa, con l'amarezza della nostalgia e con un pizzico di
vergogna. Era necessario riprendere in mano gli attrezzi del lavoro,
abbandonati con troppa foga qualche mese prima. Ritornare... quelli di
prima: come se nulla fosse accaduto, superando persino il sorriso
beffardo degli amici di un tempo, che non avevano capito la strana
voglia di mettersi dietro quel tipo di Nazareth, che stava facendosi
un mucchio di nemici con le sue idee.
Molti discepoli avevano già preso la strada del ritorno. Adesso
toccava anche a loro. Buoni buoni, avevano deciso di ritornare ad
Emmaus, a casa propria. Come se nulla fosse successo.
Siamo alla prima tappa del cammino di personalizzazione della fede.
Essa inizia da una decisione che, spesso, è frutto di una esperienza
felice (la partecipazione a qualche grande avvenimento, rincontro con
qualche persona, una nostalgia che corre tra le pieghe dell'esistenza
che si riesce a chiamare per nome quando finalmente si incontra la
risposta a questa attesa...). L'esperienza spinge a procedere oltre il
ritmo di routine in cui veniva giocata l'esistenza e fa fare cose
imprevedibili.
E' difficile distinguere la qualità della motivazione che sta alla
radice. Ma forse è davvero poco importante. In gioco c'è una
esistenza che si esprime sempre secondo modalità molto varie.
L'esperienza forte viene progressivamente interiorizzata. La
motivazione iniziale è approfondita e verificata. Si giunge al
coraggio di una scelta che chiede di decidere da che parte stare,
rinunciando a qualcosa, magari bello, non compatibile con la decisione
presa. L'esperienza diventa proposta vocazionale "per la
vita", anche se si esprime su mille diversi sentieri. La risposta
personale diventa "adulta": dall'entusiasmo adolescenziale
alla maturità di un orientamento di vita, che reinterpreta e
riorganizza tutte le altre esperienze di vita.
A questo punto — provvidenziale — scatta la possibilità della
crisi. Nasce dalla delusione di qualche sogno infranto, dal peso di
una coerenza difficile, dal fascino sottile delle alternative,
abbandonate ma mai cancellate.
La crisi rimette tutto in discussione. Costringe a rivedere con
calma la decisione per personalizzarla nuovamente, sotto l'urgenza
delle circostanze nuove.
La crisi può avere esiti differenti. Uno dei possibili è... il
ritorno alle posizioni precedenti. Non è una tragedia... e non può
essere colpevolizzato come irrimediabile.
Si pone urgènte la trama di interventi che segue.
Quali concrete esperienze possiamo programmare per mettere i
giovani in attenzione verso l'esperienza cristiana, aiutandoli a
scoprire quanto è "bella" per la voglia di vita e di
felicità che ci portiamo dentro?
3.2. L'accompagnamento di un educatore intelligente
Camminavano senza scambiarsi una parola. Non ne avevano più: le
ultime si erano spente in gola con il saluto triste agli amici che
restavano a Gerusalemme. All'improvviso, si avvicina un viandante,
spuntato quasi dal nulla. Veniva come loro dalla direzione di
Gerusalemme. Ma non l'avevano notato prima. "Buongiorno".
"Salve". "Dove andate?". "Veniamo da
Gerusalemme e torniamo a casa nostra ad Emmaus. Manca ormai poco, per
fortuna". Insiste il pellegrino: "Posso unirmi a voi? Io
vado oltre. La strada è lunga e, di questi tempi, anche un po'
pericolosa. Possiamo farci compagnia?". "Accidenti... che
facce tristi avete. Non l'avevo notato prima. Mi sembrate appena
spuntati da un funerale. Mi sbaglio?".
La risposta è pronta. Le parole corrono come uno scroscio di
pianto. "Veniamo davvero da un funerale. Ne parla tutta
Gerusalemme. Come fai a non saperlo? Hanno ucciso Gesù di Nazareth.
Era nostro amico e nostro maestro. Noi stavamo con lui, condividevamo
la sua passione per la liberazione d'Israele e la sua speranza nel
futuro di Dio. L'hanno ucciso, inchiodato sulla croce, dopo un
processo che sembrava studiato appòsta per condannarlo".
Una pausa per prendere fiato e per riandare agli ultimi bagliori di
quella speranza che aveva loro infiammato il cuore.
"Aveva fatto solo del bene: guariva gli ammalati, trattava
bene i poveri, aveva una parola buona anche per i peccatori. Ha
resuscitato persino dei morti. Hai sentito parlare di sicuro di
Lazzaro, quello di Betania. Gesù l'ha riportato in vita, tré giorni
dopo che era morto. Purtroppo parlava con eccessiva libertà di Dio e
della legge che Dio aveva dato al suo popolo. Voleva troppo bene alla
povera gente. L'hanno ucciso. Chi? Lo sai di sicuro... i romani, ma con
la complicità dei nostri sacerdoti e dei "maestri della
legge"...
Prima di morire, aveva promesso che sarebbe ritornato in vita,
anche lui, come il suo amico Lazzaro. Ma ormai sono passati tre
giorni... e non è capitato proprio nulla".
Il secondo incalza: "Proprio nulla... non è vero. Sai, nel
nostro giro c'erano anche delle donne. Stavano con noi per servire
Gesù. Un paio di loro dice di aver visto Gesù risorto. Nessuno ci
crede. Sono donne fanatiche... Se lo sono immaginato, accecate dal
dolore e dall'amore. I capi, Pietro e i dodici, non hanno visto nulla.
Tutto è finito. Torniamo anche noi a casa".
"Calma. Non correte troppo nelle conclusioni", riprende
la parola lo strano compagno di viaggio. "State facendo una
lettura scorretta degli avvenimenti. Vi fermate a quello che avete
visto con gli occhi. Mi spiace per voi: siete un po' ciechi. Non
sapete leggere dentro gli avvenimenti".
"Aiutaci tu... se ci riesci". "Volentieri.
Ascoltate".
Un passo dopo l'altro si avvicinano a casa. Un passo dopo l'altro,
il compagno di strada aiuta a rileggere gli avvenimenti dal mistero
che si portano dentro. Cita brani della Scrittura. Ricorda profezie
antiche e nuove. Rende attuali lontani ricordi. Neppure nei tempi in
cui stavano con Gesù, avevano vissuto un'esperienza simile. Allora
erano tutti proiettati verso il futuro. Si erano quasi dimenticati del
passato. Il presente e i progetti su esso erano troppo importanti per
pensare ancora al passato. Adesso, invece, dal presente vanno verso il
passato. Lo ricomprendono, immergendolo nel mistero di Dio. Le cose
meravigliose che Dio ha compiuto per il suo popolo, diventano una
specie di nuova lettura del presente. Anche il buio, l'incertezza e il
dolore cambiano tono. Brillano di qualcosa che non avevano mai
scoperto. Si guardano negli occhi. "Strano... ma allora non hanno
ucciso la nostra speranza. Ce l'avevano spenta. Avevano tentato di
spegnerla ed eravamo caduti nella trappola. Senza passato il nostro
presente diventava disperato. Tornavamo a casa perché eravamo senza
futuro. Invece... c'è speranza. Aveva ragione Gesù quando ci parlava
del chicco di grano che deve morire per diventare spiga".
"L'hanno ucciso... ma non hanno vinto. Dio vince la morte. Era
tutto programmato nei piani misteriosi di Dio".
Spontaneamente sulle labbra affiorano le parole dei Salmi. Hanno un
sapore nuovo. Non se n'erano mai accorti prima.
"E se tornassimo a Gerusalemme?". "Domani. Oggi è
tardi. Non possiamo rifare il cammino di notte. E' troppo pericoloso.
Domani".
Poi, ormai, ecco le prime case d Emmaus. Sono arrivati a
destinazione: domani mattina, alle prime luci, si torna a Gerusalemme.
Il compagno di viaggio fa finta di salutarli per rimettersi in
cammino. "Prosegui? A quest'ora?". Insistono: "Fermati
con noi. Nella nostra casa, un posto per tè lo troviamo senza
problemi. Dai... fermati".
Erano rassegnati a tornare alla vita di prima. Avevano tirato i
remi in barca, scoraggiati e delusi. Ma l'esperienza di Gesù li aveva
segnati dentro. Respiravano l'esigenza dell'ospitalità, quella vera.
Le loro parole non erano di circostanza. Venivano dal cuore.
"Sta' con noi. Sei ospite nostro".
Il viandante misterioso si ferma. Qualche resistenza, forse per
saggiare l'autenticità dell'invito. Poi si ferma. Accetta l'atto di
ospitalità.
I due discepoli di Emmaus sono stati davvero fortunati. Nel cuore
della crisi hanno incontrato un educatore sapiente che, facendo strada
con loro, li ha aiutati ad interpretare le ragioni della crisi,
riportandoli al coraggio della decisione.
Alcuni elementi vanno sottolineati: rappresentano compiti che ci
sono affidati se vogliamo aiutare i giovani a personalizzare la loro
fede.
Prima di tutto, appare indispensabile la presenza di un adulto
sapiente, che sappia far strada in modo discreto, permetta alle
persone di raccontare le pagine della propria e-sperienza, quelle
felici e quelle tristi, ascolti con interesse sincero, provochi a
riprendere in mano quei pezzi di vita che sono i più decisivi nel
cammino di maturazione.
Questo adulto è un educatore accorto: non uno che pretende di
conoscere i segreti dei "volti tristi", neppure uno che
svende con sicurezza la soluzione ai problemi, non uno che spiega
tutto dall'alto della sua competenza. Fa l'educatore perché, guidando
per mano, aiuta a pensare e riporta le persone a quel livello di
profondità in cui gli avvenimenti, personali e sociali, ritrovano il
loro volto più autentico.
L'adulto educatore è tutt'altro che rassegnato. Ha un progetto
chiaro davanti e gioca in modo abile le sue risorse per aiutare le
persone a coglierne il significato e a desiderarne la realizzazione.
Infine, è uomo di fede. Sa aiutare a rileggere gli avvenimenti dal
mistero che si portano dentro e rilegge i documenti della sua
esperienza religiosa per mostrare la loro contemporaneità rispetto
agli avvenimenti. Realizza un intelligente processo interpretativo
nella logica dell'integrazione tra le fede e la vita. La sua
credibilità non è assicurata dalla scienza di cui può far bella
mostra ma dalla testimonianza di vita che traspare subito nello stile
dell'accompagnamento e nella sapienza della interpretazione.
L'entusiasmo della prima scelta, nel gioco crisi-accompagnamento,
è diventato ormai maturazione profonda, che prevede le incertezze e
prepara le decisioni.
Una constatazione però dà da pensare e sollecita ad uno stile di
accompagnamento tutto speciale.
Con la testa i due discepoli hanno capito quanto sono stati
sciocchi a fuggire. Ma non tornano a Gerusalemme. Le difficoltà
oggettive li tengono però ancora frenati. Siamo ancora ad un livello
di comprensione "culturale". Tutto è chiaro... ma solo sul
piano delle conoscenze. La passione e la vita concreta resta ancora
lontana. La produzione domina nelle scelte: siamo lontani
dall'entusiasmo maturo dell'adulto che sa rischiare, perché "ci
crede".
Proviamo a verificare chi sono gli educatori "a contatto"
con i giovani, con quali modalità si mettono vicini ai giovani, cosa
si può fare di più e di meglio per aiutarli a diventare educatori...
come si dovrebbe essere?
3.3. Un pezzo di futuro per dare speranza al presente
Si mettono a tavola.
Ad un certo punto... si aprono gli occhi.
Gesù ha fatto strada con loro. Ha pregato lungo la via con loro,
aiutandoli a rileggere gli avvenimenti dal mistero che essi si
portavano dentro. Li ha aiutati a pregare contemplando.
Ora la preghiera esplode nella celebrazione. Gesù prende il pane e
la coppa del vino. Li benedice e li condivide.
Un grido: "E' lui, il crocefisso è risorto. Possibile che non
ce ne siamo accorti prima? Eravamo proprio ciechi, di dolore e di
rassegnazione". Non c'è più. E' tornato nel silenzio da cui è
venuto.
Le poche ore trascorse con loro, hanno lasciato il segno. Li ha
guidati per mano in un'intensa esperien2a di preghiera, che li ha
cambiati profondamente. La speranza e la passione ritorna prepotente
nei loro cuori intorpiditi. La preghiera e la celebrazione si
spalancano verso la vita.
L'incontro con Gesù nel gesto eucaristico modifica profondamente
le cose. Quello che i discepoli avevano compreso culturalmente, si
trasforma in esperienza di vita. E così le paure, le previsioni nere
e le incertezze svaniscono. Si afferma con forza l'urgenza della
novità: tornare subito a Gerusalemme per condividere l'esperienza
della resurrezione e si riprende l'avventura di speranza che la morte
violenta di Gesù aveva interrotto.
Nell'Eucaristia ci si trova immersi in un frammento di futuro che
trasforma il presente, lo interpreta e fa nuove le persone.
Non è un gesto nella stessa logica degli altri mille gesti di cui
è punteggiata la vita quotidiana. Esso è in una logica radicalmente
nuova. Per questo le conseguenze sono nuove e imprevedibili.
La fatica di aiutare i giovani a personalizzare la propria fede
ritrova qui una tappa irrinunciabile. Ci fornisce una direzione
precisa di lavoro. Non è quella tradizionale che va dall'impegno
educativo e di conversione verso la celebrazione, che diventa premio
atteso e meritato. E' tutta nuova: la celebrazione immerge nel mistero
e svela se stesso ad ogni giovane nel progetto che Dio ha su di lui;
questa esperienza, un pezzo di futuro tra le pieghe della necessità
del presente, trasforma punti di prospettiva e impegni. Riporta
all'incontro personale con il Dio di Gesù nella Chiesa e rilancia la
responsabilità vocazionale di diventare costruttori del regno.
La constatazione ci porta a concludere sulla dimensione
irrinunciabile dei sacramenti (e dell'Eucaristia, in modo speciale)
nel processo di personalizzazione della fede.
I sacramenti sono la grande festa cristiana del presente tra
passato e futuro, tra memoria e profezia: il tempo del futuro dentro i
segni della necessità, tanto efficace e potente da generare vita
nuova.
Memoria solenne ed efficace del passato, riscrivono nell'oggi i
grandi eventi della nostra salvezza. Restituiscono così il presente
alla sua verità per la forza degli eventi. E immergono nel futuro la
nostra piena condivisione al presente: in quel frammento del nostro
tempo che è tutto dalla parte del dono insperato e inatteso. Dalla
parte del futuro, il presente ritrova la sua verità, il protagonismo
soggettivo accoglie un principio oggettivo di verificazione. In questa
discesa verso la sua verità, siamo sollecitati a restare uomini della
libertà e della festa, anche quando siamo segnati dalla sofferenza,
della lotta e dalla croce.
Le nostre comunità ecclesiali propongono celebrazioni dell'Eucaristia...
Come sono? Come i giovani le vivono? Con quali esiti? Cosa
bisognerebbe fare di diverso e come è possibile realizzare il diverso
programmato e sognato?
3.4. Vivere nella città
Adesso non è più tardi per tornare a Gerusalemme. Non ci sono
più i pericoli del viaggio notturno. Partono, di corsa: l'esperienza
vissuta va comunicata agli altri. Ritornano a Gerusalemme, per gridare
a tutti: Gesù è risorto, la sua avventura per la vita e la speranza
di tutti... continua. Anzi: ricomincia.
Il segno eucaristico spalanca verso l'evento di Dio che si fa
vicino a noi per la nostra vita e, nello stesso tempo, verso la nostra
vita quotidiana che progressivamente si trasforma nel progetto di Dio.
Esige e fonda un modello globale di esistenza cristiana e, quindi, di
spiritualità.
L'Eucaristìa è la grande festa cristiana del presente tra passato
e futuro, tra memoria e profezia. Essa è quindi una grande esperienza
trasformatrice. Aiuta a spezzare le catene del presente, senza
fuggirlo. E' un piccolo gesto di libertà, che sa giocare con il tempo
della necessità e sa anticipare il nuovo sognato: il regno della
convivialità, della libertà;
della collaborazione, della speranza, della condivisione.
E' importante ricordare che tutto questo non si realizza in un
gioco d'intese, di realizzazioni o di compromessi. La sua radice è
invece il mistero di Dio, reso presente nella pasqua del Crocefisso
risorto.
Come i discepoli di Emmaus ritroviamo le ragioni più profonde
della speranza e un desiderio ardente di "tornare a
Gerusalemme", per inondare tutti di questa speranza.
Dalla Gerusalemme dell'Eucaristia ritorniamo alla Gerusalemme della
vita quotidiana. L'esperienza vissuta trasforma in protagonisti di
speranza: sentinelle che vegliano sul nuovo millennio, per sollecitare
tutti a costruirlo nella direzione della pace, della giustizia e della
solidarietà, discepoli di Gesù impegnati a testimoniare con i fatti
le beatitudini annunciate con forza e passione.
Nella celebrazione eucaristica abbiamo cantato i canti del Signore.
Tornando nelle nostre città, riusciamo a cantarli, in una
convivialità nutrita di speranza, in questa nostra terra.
Cantando i canti del Signore in terra straniera, là riscopriamo la
nostra terra, provvisoria e precaria, ma l'unica terra di tutti.
Cantando i canti del Signore, la «terra straniera» diventa la
nostra terra che vogliamo far diventare dimora accogliente per tutti,
proprio mentre sogniamo, cantando, la casa del Padre.
Cosa si attende Gerusalemme (Alghero) dai giovani cristiani?
Possiamo immaginare una nuova qualità di vita da diffondere attorno a
noi? In che modo?
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